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Renzi dal 2016 via la tassa sulla prima casa

Ecco seguendo il cronoprogramma del premier le possibili novità che il governo intende mettere in cantiere di qui al 20l8 prospettando un piano da almeno 35 miliardi di euro, che si aggiungo ai 15 di tagli già effettuati nel 2014 col bonus da 80 euro e l’anno scorso col taglio dell’Irap.

Tassa sulla prima casa

È la prima imposta che il governo intende abolire già a partire dal 2016. Più che azzerare l’Imu sulla prima casa, che dopo le riforme degli anni passati, interessa solamente i 76mila immobili accatastati A1, A8 e A9, ovvero case di lusso, ville e castelli, si tratta di cancellare la Tasi, la tassa sui servizi indivisibili che nelle entrate dei comuni ha sostituito l’Imu/Ici.

Local tax

Azzerare completamente la tassa sulla prima casa, che in media pesa per circa 200 euro a famiglia ed il cui intento sarebbe innanzitutto quello di contribuire a rilanciare la fiducia nei consumatori, costa all’incirca 3,5 miliardi di euro. In parallelo, con l’introduzione della “local tax”, che a questo punto andrebbe però completamente ridisegnata rispetto alle intenzioni precedenti, ci sarebbe anche una razionalizzazione di tutte le residue imposte che interessano i comuni.

Terreni agricoli

Il governo l’anno prossimo intende fare dietro front anche su questo intervento dopo che nei mesi passati era stato prima congelato il versamento della prima rata e poi, sull’onda delle proteste delle associazioni di settore, erano stati ridefiniti i criteri per individuare le nuove aree soggette a tassazione. Costo 270 milioni di euro.

Impianti imbullonati

Anche gli impianti industriali che per funzionare devono essere fissati a terra, di qui la definizione di “imbullonati”, e che fino ad ora il Fisco aveva assimilato agli edifici contigui sottoponendoli a tassazione, verranno esentati dal pagamento dell’Imu. Si tratta di una tassa su cui viene applicata una aliquota del 7,6 per mille che in alcuni casi ha prodotto una esplosione del prelievo con un aumento dell’imposta sugli immobili superiore al 900% che ha indispettito non poco il mondo delle imprese, sia piccole che grandi. Sui “danni” prodotti da questa imposta esistono varie stime che arrivano anche a quantificare il gettito in un miliardo di euro.

Tasse su imprese e lavoro

Dopo aver già ridotto con una prima serie di interventi il peso dell’Irap (nel 2014 con un taglio del 10% sostituito poi nel 2015 con l’esclusione del costo del lavoro dal calcolo di questa imposta) il governo prevede di intervenire di questo campo nel 2017 progettando un taglio dell’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive) e dell’Ires (Imposta sul reddito delle società) nell’ordine dei 15 miliardi. In pratica un valore triplo rispetto all’intervento netto realizzato quest’anno.

Imposte sui redditi

Renzi lascia per ultima la sfida più impegnativa, ovvero la revisione delle aliquote Irpef. Tema da anni all’ordine del giorno dei governi che si sono succeduti ma di una complessità (e di un costo potenziale) tale da impedirne sino ad ora la realizzazione.

Verso due aliquote Irpef

L’idea di fondo è sempre quella: passare da 5 a 2 aliquote (un tempo si parlava del 23 e del 33% con una notax area, in pratica una aliquota zero fissata a quota 10mila euro). Operazione il cui costo lordo sarebbe valutato all’incirca 15-18 miliardi di euro, salvo poi recuperare entrate per effetto di un auspicabile aumento dei consumi a fronte di un forte risparmio fiscale. Anche per il 2018 il governo ha messo in conto 15 miliardi di manovra (minori entrate/nuove coperture) ma questa cifra comprende anche un intervento sulle pensioni e quindi si può ipotizzare che la riforma verrà attuata per gradi. In base alle simulazioni fatte nel 2014 la sola riduzione di 1 punto delle due aliquote più basse oggi in vigore, quella del 23% e quella del 27%, tentata dal governo Monti (che poi è stato costretto a rinunciare al progetto) costa 5 miliardi di euro.

Pensioni minime

Sempre nel 2018 il governo vuole estendere alle pensioni al minino il bonus da 80 euro già assegnato dal 2014 a 10 milioni di contribuenti con redditi inferiori a 25mila euro. In questo caso i beneficiari sarebbero circa 2,2 milioni di pensionati il cui assegno Inps arriva a 500 euro, per un costo totale di circa 2,1 miliardi di euro. Nei piani di Renzi non viene invece fatto alcun cenno ad una analoga operazione a favore delle partite Iva cui nei mesi passati erano state fatte promesse analoghe.

Incognita coperture

Il nuovo piano Renzi, come detto, costa 35 miliardi. Che il governo conta di reperire da un lato contrattando con l’Unione europea maggiori margini di flessibilità sul deficit e una riduzione più lenta del previsto, del calo del debito pubblico, che comunque verrebbe confermato; e dall’altro con un ulteriore aumento della spending review. Ma già ora tutti i futuri risparmi sulle spese hanno una destinazione ineludibile: disinnescare le clausole di salvaguardia che in assenza di interventi farebbero aumentare Iva e accise per 16 miliardi l’anno prossimo, oltre 26 nel 2017 e per 28,5 miliardi nel 2018. Tanto per capirci solo per il prossimo anno, senza mettere in conto il nuovo taglio delle tasse, il governo con la prossima legge di stabilità dovrebbe reperire all’incirca 20 miliardi (e a fatica la spending review arriverebbe a quota 10).

La “rivoluzione copernicana di Renzi”

Via dal 2016 la tassa sulla prima casa. Nel 2017 giù Ires e Irap e nel 2018 gli scaglioni Irpef e le pensioni. Matteo Renzi annuncia la «rivoluzione copernicana» del Fisco giocando la carta del taglio alle tasse con una “road map” da 35 miliardi d

La scommessa del premier

Le promesse di Renzi sono pesanti: trasformare «l’inversione di rotta» in «salto di qualità» sulle riforme e l’esperimento degli 80 euro in «una rivoluzione copernicana del fisco» che faccia volare non solo l’economia ma anche il consenso del Pd, «mai più partito delle tasse». «Kairos: cogliere il momento propizio che abbiamo davanti». Lo dice in greco, il segretario-premier. È questo lo spirito che pervade il discorso di un’ora e venti con cui apre l’assemblea del Partito democratico. Alle spalle ci sono le «preoccupazioni» del passato e il successo di aver «sbloccato dalla palude le riforme» riportando l’Italia a essere «colonna» dell’Europa.

Fonte: ilsecoloxix

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